Dopo l'elaborazione del racconto "Lo scudetto per un fischio", si è passati alla creazione di un autoritratto in cui veniva chiesto di raccontarsi attraverso le proprie aspirazioni verso l'architettura e soprattutto attraverso lo strumento scelto. Già di per sè questa nuova esercitazione creava un legame con la precedente : il concept si è evoluto partendo da me e dal racconto di una delle mie passioni, l'autoritratto è per sua natura il racconto di sè stessi, che permette di esprimere agli altri il proprio modo di essere, costringendo a guardarsi dentro.

Nel concept lo strumento fischietto è entrato in gioco attraverso il fischio, analizzato come atto decisionale, breve, corto, irrimediabile, di cui si è tentato di limitarne gli effetti, anche se solo attraverso l'immaginazione. Nell'autoritratto il fischietto è considerato ad un livello superiore, come l'elemento che compie una regolamentazione, un ordine, come l'architettura. Una partita è tanto meglio giocata quanto bene arbitrata. I fischi non devono essere nè tanti nè pochi, ma quelli giusti.

Da qui è nato un primo autoritratto in cui lo strumento, nel suo atto regolativo, è paragonato al fare architettura: per me fare architettura è un modo di regolamentare la mia sensibilità conducendomi da uno stato di ignoranza, ad uno stato rabdomantico. Guardandomi ancora più a fondo, ho deciso di tirare fuori alcuni dei capisaldi, letterari e filmografici, che hanno formato la mia sensibilità nel corso degli anni, proprio partendo dall'assunto iniziale citato tramite la frase del film "Ricomincio da tre" : ho lastricato la strada su cui cammino con questi (miei, personali) capisaldi e ho immaginato che l'architettura avesse il potere di convogliare la mia sensibilità, maturata negli anni, conducendomi da uno stato di oblio ad uno stato di ispirazione: l'architettura nasce necessariamente dalla mia sensibilità.


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Un ulteriore passo in avanti, culminato con la creazione di un secondo autoritratto, è nato dalla considerazione che il fischietto, oltre che come elemento regolativo, possa ergersi al ruolo di condensatore del mio pensiero, del mio modo di essere e del mio modo di agire. Ho quindi sistemato questo semplice oggetto tra la mia persona e la produzione architettonica, immaginando di convogliare dentro il fischietto tutti i miei capisaldi, tutta la mia sensibilità, che volente o nolente mi caratterizza come persona. Il meccanismo entra in funzione e così come avviene in un normale fischietto, ciò che è dentro (la pallina) comincia a vibrare: gli elementi al suo interno (la mia sensibilità) si condensano insieme e io, prendendo a prestito l'immagine finale descritta nel concept, mi pongo anche come elemento regolatore della mia persona, delle mie problematiche, delle mie complessità. L'interno del fischietto diventa il luogo demandato alla elaborazione di un pensiero che mi condurrà alla produzione architettonica.